Auto-mummificazione: la bizzarra pratica dei monaci buddisti

La parola auto-mummificazione non può che farci venire in mente una delle pratiche tutti abbiamo studiato a scuola. Sicuramente, a tutti è tornata in mente l’atmosfera tipica dell’antico Egitto. In realtà, però, questa pratica così particolare e anche a tratti macabra si colloca in uno spazio geografico molto distante: fu tentata per oltre due secoli in Giappone. La cultura dei monaci buddisti ha poi portato avanti per secoli questa pratica.

I monaci Shigon e le origini dell’auto-mummificazione

L’oscura pratica dell’auto-mummificazione vede per la prima volta la luce del giorno nel IX secolo d.C., grazie al fondatore di una scuola buddista, conosciuto con il nome di Kukai. Grazie alla diffusione della religione buddista in diversi paesi asiatici, nel corso dei secoli si sono diffuse anche varie scuole di pensiero. Partendo dalla base più pura degli insegnamenti buddisti, siccome la religione era entrata in contatto con molte culture locali, sono nati alcuni filoni diversi. Tra questi, ci sono scuole di pensiero che hanno adottato alcuni comportamenti piuttosto bizzarri, proprio come la pratica dell’auto-mummificazione.

Monaco buddista - meditazione
Credits: sasint via Pixabay

Kukai era il fondatore di una di queste nuove scuole di pensiero di matrice buddista, la scuola Shigon. Oggi i monaci Yamagata Shingon sono ricordati tra quelli che hanno cercato il maggior numero di volte di diventare dei Buddha viventi. Infatti, spesso si sottoponevano a pratiche molto severe prima di entrare in uno stato meditativo all’interno della propria tomba.

Proprio grazie agli studi che sono stati fatti sul corpo del defunto Kukai si scoprì che non era morto naturalmente; invece, il fondatore della scuola aveva praticato sul suo stesso corpo la pratica dell’auto-mummificazione, seppellendosi vivo mentre era immerso in uno stato meditativo.

Monaco con Buddha
Credits: kapseatul via Pixabay

Ma quale era il significato dietro questa strana pratica? Contrariamente a quanto potremmo pensare oggi, secondo la filosofia buddista dei monaci Shigon, l’auto-mummificazione non era concepita come qualcosa di simile al suicidio. Anzi, questa pratica era paragonata ad un percorso per raggiungere l’illuminazione finale. Per questo motivo erano previste anche diverse fasi, da seguire meticolosamente.

L’auto-mummificazione: le tre fasi del rituale

Il processo dell’auto-mummificazione prevedeva alcune fasi molto particolari e dei cicli che dovevano essere necessariamente compiuti. Ogni ciclo durava esattamente mille giorni ed era caratterizzato principalmente da privazioni, accompagnato da esercizi di meditazione per il fisico. Queste fasi avevano l’obiettivo di mettere alla prova il monaco, testando la sua resistenza non solo fisica ma anche mentale.

auto-mummificazione - monaco
Credits: bizzarrobazar.com

La prima fase

Il primo ciclo per il processo di auto-mummificazione prevedeva una dieta estremamente limitata, basata su acqua e noci. Il monaco aveva l’obiettivo di disidratare il proprio corpo, eliminando tutti i grassi e i batteri che potrebbero essere presenti nel corpo e portare alla decomposizione dopo la morte.

La seconda fase

La seconda fase, poi, prevedeva una dieta ancora più rigida. Dopo i primi mille giorni volti a disidratare il corso, altri mille giorni servivano a perdere massa e muscoli. In questa fase, i monaci si cibavano principalmente di radici e cortecce e consumavano il tè. In particolare, il tè serviva a ripulire tutti gli organi interni da eventuali parassiti. La radici del tè erano raccolte da una pianta alquanto velenosa, la cui linfa si usa per laccare le ceramiche. Questa bevanda tossica provocava forti nausee e sudorazione esagerata, contribuendo quindi ad un’ulteriore perdita di liquidi.

auto-mummificazione - monaco
Credits: bizzarrobazar.com

La terza fase

Infine, la terza ed ultima fase dell’auto-mummificazione era quella in cui il monaco entrava nella propria tomba, una cripta di pietra talmente piccola che vi poteva entrare solo lui assumendo la posizione del loto. All’interno della tomba il monaco aveva un piccolo tubo che gli permetteva di respirare e una campana, che suonava una volta al giorno per comunicare che non era ancora morto. Quando per oltre 24 ore la campana non risuonava, era allora giunto il momento di aprire la tomba precedentemente sigillata.

Il processo di auto-mummificazione non andava sempre a buon fine: secondo alcune fonti, ci sono circa 25 Buddha viventi che sono sopravvissuti a questa pratica. Tantissimi altri, invece, sono stati ritrovati segni di putrefazione. Solo una piccola parte dei monaci che hanno compiuto con successo il processo di auto-mummificazione oggi possono essere visti in diversi templi in Giappone.

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